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“Comunicare la multiculturalità attraverso la televisione” – Elisa Fanelli

Partendo dalla lettura di Georg Simmel si comprende meglio il rapporto autoctoni/alloctoni in relazione al concetto simmeliano di cerchie sociali (Soziologie 1902); il contributo, poi, del sociologo Werner Sombart (Der Moderne Kapitalismus 1902) offre un'interessante prospettiva che vede lo straniero come imprenditore ed artefice della nascita del capitalismo moderno; infine il saggio di Alfred Schutz (Lo straniero 1971), proponendo una visione squisitamente antropologica-culturale, evidenzia il deficit cognitivo e la frammentarietà degli schemi di attribuzione di rilevanza propri degli immigrati.

La percezione, infatti, degli immigrati da parte degli italiani – secondo quanto riportato da Vittorio Cotesta in base a una sua ricerca svolta nel 2000 (Lo straniero. Laterza 2002) – oscilla da un’accettazione dettata dalla pietà e dal rispetto di valori morali-legali, a un’ostilità evidente quando a essere messo in discussione è l’identità e il benessere del popolo italiano. A incrementare la diffidenza e l’ostilità sono spesso le immagini e il linguaggio utilizzato dai mass media, principali veicoli di pregiudizi e stereotipi. In un'altra ricerca, condotta da Carlo Marletti nel 1994 (Televisione e Islam. ed. RAI 1994) risulta evidente come il palinsesto televisivo contempli troppo spesso la possibilità di trattare temi delicati in trasmissioni ludiche o comunque poco adatte a un approfondimento, nonché la tendenza a considerare sufficiente un dibattito sull’islam sviluppato in pochi minuti e, in molti casi, con la totale assenza di ospiti musulmani: in diversi casi gli agenti conversazionali erano opinionisti occidentali esperti di islam. L’inadeguata rappresentazione delle diverse minoranze etniche presenti sul territorio e il difetto di comunicazione dei mezzi di comunicazione italiani, è sottolineato infine anche da un recente studio Tuning into deversity (aprile 2002), finanziato dalla Commissione Europea e condotto con la collaborazione di importanti partners [la Fondazione Censis, capofila del progetto, e il Cospe per l’Italia, Stoa (Fondazione attiva nel campo della difesa dei diritti delle minoranze etniche nei media e soggetto leader nella promozione culturale in questo campo in Europa) per l’Olanda, GREEM (Istituto di Ricerca sulla relazione tra infanzia e media) per la Francia e il Dipartimento di Scienze Sociali Applicate dell’Università di Bradford per la Gran Bretagna]. Tale studio ha permesso di rilevare come ben nel 68,2% dei casi si designa l’immigrato innanzitutto attraverso la descrizione delle caratteristiche etniche o il riferimento al paese di provenienza, riconducendolo cioè a una categoria, la nazionalità, in cui l’individualità tende a perdersi e il soggetto sembra considerato più come rappresentante di una categoria che come una persona.

“Nasce la televisione” - Elisa Fanelli

In Italia la televisione è arrivata in evidente ritardo rispetto ad altri paesi europei, ed è stata caratterizzata, sin dal suo ingresso, da un incredibile inadeguatezza regolamentativa.

Rispetto a Paesi come l’Inghilterra infatti, il monopolio statale non viene messo in discussione fino al 1975, quando con la sentenza n. 226 della corte costituzionale sono state aperte le porte a quel periodo di transizione, noto come “caos dell’etere” durato fino al 1990 con l’approvazione della famosa legge Mammì (L. 223/1990).

Ripercorrendo quindi le tappe normative che dal 1960 hanno segnato la storia della televisione in Italia [Cfr. i punti chiave della Costituzione italiana (artt. 21 e 43), la sentenza 59 del 1960, le sentenze 225 e 226 del 1974, la legge 103 del 1975, la sentenza 226 del 1975 e la n. 148 del 1981, il decreto n. 807 del 1984 convertito in legge (la n. 10) nel 1985, la sentenza n. 826 del 1988, la legge 223/1990, la sentenza n. 420/1994, la legge 249/1997 e la legge n. 112/2004 (“legge Gasparri”).], alla luce anche degli importanti interventi comunitari (direttiva 552/1989 e successive modifiche), si propone l’approfondimento di problemi irrisolti dalle recenti norme entrate in vigore (L. 112/2002, meglio nota come “legge Gasparri”), nonché i limiti del mercato televisivo italiano (dal punto di vista dell’audience e della raccolta pubblicitaria) [Fonte dati 2001: European Broadcasting Union (maggio 2002); Banca dati Adex Nielsen (2002).], pesantemente condizionati dagli alti tassi di concentrazione presenti nell’emittenza italiana (confrontati con una più ampia dimensione europea) [Fonte dati 2001: European Investment Bank e European Broadcasting-Union (2002).].

Un breve accenno merita infine il cosiddetto switch off, ovvero il passaggio dalla oramai “familiare” televisione analogica a quella digitale, previsto nel 2006, secondo quanto indicato dalla legge n. 112.

"Le Falsità Mediatiche Pianificate" - Enrico Giardino

Molti lamentano la falsificazione, le ipocrisie e la propaganda, che i grandi mezzi d’“informazione” diffondono con arroganza. neoliberismo e “mercato”, pur assorbendo risorse crescenti dai cittadini-utenti, ci restituiscono una TV oligarchica, “deficiente” e deviante.

Liberarsi da questa dipendenza è possibile, urgente e necessario, ma non basta la denuncia: occorre riflettere sulle logiche, le tecniche ed i meccanismi che regolano i processi informativi.

Com’è strutturato e come funziona oggi il sistema comunicativo integrato? Qual’è la differenza tra informazione e comunicazione? Quali opportunità e diritti comunicativi ci vengono negati ogni giorno? E’ possibile praticare percorsi di liberazione, individuali e collettivi? Qual’è il rapporto tra l’organizzazione dei media ed il loro prodotto? Tra comunicazione e politica, tra comunicazione ed elezioni? Come possiamo recuperare processi di conoscenza negati? La nostra Costituzione ci offre valori e strumenti per rifondare poteri e strutture dei media? Le leggi proposte finora e le opposizioni partitiche sono all’altezza di questa sfida epocale?

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